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La Geografia di Tolomeo


tratto dal volume
Vincenzo Coronelli e l'immagine del mondo fra isolari ed atlanti
di Massimo Donattini, Longo Editore Ravenna, 1999
pubblicato in occasione della Mostra
Vincenzo Coronelli e l'imago mundi
organizzata dalla Biblioteca Classense di Ravenna, 1999

per gentile concessione di Longo Editore Ravenna e Biblioteca Classense di Ravenna


Un metodo per la geografia
 
I viaggi di un libro
 
Gli errori di Tolomeo
 
Il superamento di Tolomeo



Tolomeo: un metodo per la geografia


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lla fine del Medioevo, erano ben pochi gli indizi del successivo, strepitoso sviluppo della civiltà europea. La scoperta di alcune isole oceaniche da parte di un navigatore genovese, nel 1492, non provocò particolare risonanza in un'Europa molto più preoccupata di quanto stava succedendo alle sue frontiere meridionali e orientali. Solo quattro decenni prima, nel 1453, l'avanzata politica e militare dell'Impero ottomano aveva colto un successo straordinario con la conquista di Bisanzio, prontamente ribattezzata Istanbul e trasformata nella capitale della Mezzaluna. La notizia, rimbalzata da una corte all'altra, provocò in Occidente reazioni di dolore, di viva angoscia. I principi cristiani si battevano il petto per non essere riusciti a impedire che l'ultimo baluardo dei millenario Impero romano cadesse nelle odiate mani dell'infedele; nello stesso tempo, si rendevano conto di essere accerchiati, chiusi in uno spazio ristretto, minacciato da un Islam padrone dell'Africa settentrionale, dell'Asia Minore, della Grecia.

Erano timori infondati: quasi nello stesso periodo, per motivi che qui possiamo solo accennare (le esigenze di un'economia mercantile assai sviluppata, la «fame di terra» di una popolazione in ascesa demografica, il bisogno di affermazione di nuove, potenti realtà statali, senza escludere la forza aggressiva dell'ideologia religiosa), l'Europa mobilitò le proprie energie in direzione degli spazi esterni in un processo che avrebbe radicalmente modificato la storia del mondo: ben presto, le sue navi avrebbero solcato gli oceani con tale perizia tecnica da consentire una certa regolarità di traffici tra l'America e Siviglia, tra l'India e Lisbona.

Proprio gli agili e possenti velieri che, assieme a merci, armi e persone, esportarono ovunque le idee e la razionalità occidentali, costituiscono un buon punto di partenza per un discorso che intenda seguire gli sviluppi di discipline come la geografia e la cartografia, nel periodo compreso tra Cinque e Seicento. Si tratta di un percorso importante: infatti, è anche grazie alle conoscenze messe a punto da queste scienze che le navi europee poterono dedicarsi alla ricognizione sempre più esaustiva della terra intera, o stabilire rotte commerciali in grado di collegarne punti diversi. A ben considerare, entrambi i momenti sono essenziali: perché se è importante trovare nuove terre, non lo è di meno possedere gli strumenti tecnici e operativi per farvi ritorno, se lo si desidera. Ciò significa essere in grado di inserire ogni nuova scoperta in un punto preciso dell'immagine complessiva del mondo, che va prontamente aggiornata, per registrare la novità. È un lavoro gravoso, che richiede abilità e passione, ma che soprattutto ha bisogno di un linguaggio scientifico rigoroso. All'epoca delle grandi scoperte, geografi e cartografi lo trovarono negli insegnamenti di Claudio Tolomeo.

Comunemente ritenuto il massimo geografo e astronomo dell'antichità, Tolomeo (90-168) svolse la maggior parte del proprio lavoro presso quello straordinario deposito e centro di elaborazione della cultura antica che fu la biblioteca d'Alessandria. Qui, egli si dedicò ad un'enorme impresa di raccolta e sistemazione del sapere nei due ambiti, che del resto egli concepì come fortemente interdipendenti, dell'astronomia, a cui dedicò la Composizione matematica, universalmente nota dal Medioevo in poi con il titolo (di origine araba) di Almagesto; quindi della conoscenza della terra, su cui scrisse la Geographikè ufégesis, ossia Manuale di geografia (vedi fig. 1). Questi libri hanno fondato un'imrnagine dei cieli e del mondo destinata a dominare per quasi 1.500 anni, fino a quando Copernico, Galileo, Keplero la criticarono in modo radicale: è il sistema tolemaico, secondo il quale l'universo è costituito da una serie di sfere concentriche, che prendono il nome dai corpi celesti che vi tracciano la propria orbita (per cui si parla di cielo della Luna, di Venere, Marte, Giove ecc.). Al centro, cuore ma anche punto più infimo e basso dell'universo, sta la sfera della terra; il suo centro lo è altresì dell'intera macchina del mondo.

Come si può capire, tra la grande sfera che contiene l'universo e quella più ridotta costituita dalla superficie della terra, c'è un rapporto ben preciso: questa è infatti la proiezione di quella; ogni punto, ogni linea tracciati sulla sfera maggiore si riflettono esattamente sulla minore. Così, se la sfera dell'universo è divisibile in 360 gradi, la stessa divisione può essere operata sul nostro pianeta; se la prima ha due poli, altrettanti ne ha la terra; se l'astronomo può tracciare sulla sfera esterna meridiani e paralleli, equatore e tropici, le stesse linee possono ricoprire la superficie della sfera interna. La rete dei meridiani e dei paralleli che Tolomeo proietta dall'alto dei cieli sulla terra consente a lui, ma anche a ogni altro geografo che ne abbia studiato l'opera, di imprigionare ogni luogo della crosta terrestre trasformandolo in un valore matematico: il valore della latitudine e della longitudine propri di quel punto, e solo di quel punto. Quella stessa rete è alla base delle proiezioni cartografiche (vedi fig. 2 e fig. 3) che permettono di rappresentare scientificamente la superficie del pianeta. Il medico spagnolo Michele Serveto, curatore di questa edizione della Geografia (Vienne, nel Delfinato, 1541), elogiò nei termini seguenti i meriti di Tolorneo: «Fu di tale sagacia nello studio del mondo che, impadronitosi dell'orbe senza guerra, con gloria superiore a quella di Ercole, lo ordinò per valutarlo in base a una sola regola e ce lo consegnò descritto perché ce ne com- piacessimo. Ma non fu eccellente solo in questo, poiché mise in relazione l'assetto dei cieli con quello della terra, individuando un metodo di misurazione comune ad entrambi».




I viaggi di un libro


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hi aprisse la Geografia di Tolomeo pensando di trovarvi una piacevole descrizione del mondo conosciuto ai suoi tempi, ricca di aneddoti storici e fenomeni curiosi, rimarrebbe molto deluso. Certo, un libro di questo genere esiste: ma è stato scritto da un altro grande geografo dell'antichità, Strabone di Amasea (63 a.C.-24 d.C.). La sua Geografia è opera di grande valore, ma assai diversa da quella dell'Alessandrino. La differenza principale riguarda, per così dire, il mezzo di comunicazione utilizzato: il primo ha fatto ricorso al linguaggio verbale, l'altro ha privilegiato quello dei numeri e delle immagini. Ne consegue, in primo luogo, una differenza notevole di dimensioni: al cospetto dell'opera straboniana quella di Tolomeo, che pure non è breve, appare piuttosto mingherlina. Poi, mentre Strabone utilizza con maestria un armamentario linguistico e retorico raffinato, ma tradizionale, Tolomeo ricorre a un testo molto tecnico, che tocca il suo apice nell'elenco (aridissimo, ma importantissimo) dei dati di latitudine e longitudine relativi a circa ottomila località distribuite tra tutte le terre emerse abitabili. Non basta: perché questa enorme massa di dati non è che il materiale grezzo che l'autore organizza in una serie di 27 carte poste a chiusura del volume, di cui la prima fornisce rappresentazione dell'intera ecumene nota ai suoi tempi, mentre le altre, di taglio regionale, sono dedicate all'Europa (10), all'Africa (4), all'Asia (12). Naturalmente, per passare dai dati alle carte, è necessaria una tecnica per la realizzazione di queste ultime: che Tolomeo trasmette ai suoi lettori con didattica meticolosa e precisa.

Ma prima di poter apprendere quest'arte dalle pagine della Geografia, i cartografi del Rinascimento dovettero riscoprire l'esistenza di un testo che, per quanto famoso fin dalla sua apparizione, era scomparso dalla circolazione culturale a seguito degli sconvolgimenti che avevano travolto l'Impero romano d'Occidente. Lo stesso era avvenuto all'Almagesto, l'altra grande opera di Tolomeo. Questa però, tradotta dagli arabi, che se ne servirono per le proprie ricerche astronomiche, fu latinizzata abbastanza presto - nel XII secolo - da Gerardo da Cremona, un noto traduttore attivo in Spagna, ove più vivo era allora lo scambio tra Oriente e Occidente. In tal modo, la dottrina astronomica greca entrò a far parte del programma di studi adottato dalle università, che proprio allora stavano affermandosi.

La Geografia aveva avuto una sorte del tutto diversa. Scarsi e deboli indizi documentano la sua circolazione nella tarda età romana, poi, per quasi mille anni, non se ne ha più notizia. Una fase nuova nella storia del libro si apre alla fine del secolo XIII, quando un monaco bizantino interessato a riscoprire la tradizione culturale ellenica, Massimo Planude, ne individua un esemplare greco. A partire da quel momento vengono eseguite molte copie del testo; negli ultimi anni del Trecento una di queste fu portata in Italia da uno studioso bizantino chiamato a insegnare il greco nello Studio di Firenze, Emanuele Crisolora. Sarà proprio un allievo italiano del Crisolora, lacopo Angeli da Scarperia, a terminare (tra il 1405 e il 1410) la traduzione latina del testo intrapresa dal maestro e a dedicarla a papa Alessandro V. In un'atmosfera dominata dai valori dell'Umanesimo, l'opera, che già gli antichi avevano circondato di unanime ammirazione, venne ovunque accolta con entusiasmo dagli studiosi, consapevoli della sua rilevanza. Ai loro occhi stupiti, le carte che accompagnano il testo rivelano i contorni del mondo conosciuto al tempo dei romani, inquadrandoli nella rigorosa cornice matematica dei meridiani e dei paralleli: un'assoluta novità, questa, dal momento che da molti secoli se n'era perduta la cognizione. Gli umanisti non avevano dubbi sulla loro autenticità (che oggi invece è oggetto di discussione, poiché non è del tutto chiaro se le carte che ci sono pervenute siano copie degli originali eseguiti da Tolomeo o, invece, carte eseguite nel XIII secolo da studiosi bizantini sulla scorta delle istruzioni fornite da Tolomeo stesso); per loro, il testo costituiva, nell'insieme, la somma delle conoscenze geografiche classiche, e diventò ben presto - come ha scritto uno studioso contemporaneo, Numa Broc - «la Bibbia geografica del Rinascimento». La fama del libro favorisce la diffusione di una leggenda circa il suo autore: per molti, questi è stato non solo un grande studioso, ma addirittura uno dei sovrani d'Egitto; c'è chi si spinge a identificarlo con Tolomeo II Filadelfo. Per questo i codici della Geografia raffigurano spesso un Tolomeo in abiti regali, con tanto di corona in testa: equivoco che ci informa dell'ammirazione sconfinata che circonda libro e autore. Del resto, tra i più fervidi ammiratori sono proprio i principi, italiani ed europei, che pagano profumatamente i migliori copisti e artisti dell'epoca perché realizzino per le loro biblioteche lussuosi codici miniati.

Dopo l'invenzione della stampa, Tolomeo diventa presto un banco di prova per la nuova arte: la prima edizione, del 1475, esce a Vicenza, priva però del corredo cartografico che è invece presente nella seconda, uscita a Bologna due anni dopo. Dopo di allora, le edizioni si moltiplicano: dai torchi dei tipografi escono esemplari della Geografia di grande formato, corredati di un apparato cartografico ricavato da incisioni su legno o, con migliore risultato, su rame. Spesso i libri escono dalla tipografia per entrare nel laboratorio del miniatore, che ne orna testo e carte com'era d'uso per i manoscritti (vedi fig. 4). Neppure gli enormi progressi delle conoscenze geografiche porranno fine a tale successo: per tutto il Cinquecento, la Geografia manterrà questa caratteristica di vero e proprio best-seller del Rinascimento.




Gli errori di Tolomeo


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uando Tolomeo lavora alla sua opera, nel II secolo d.C., l'Impero romano ha collaudato già da tempo il suo più formidabile strumento di conquista degli spazi terrestri e marittimi: la rete di strade e rotte di navigazione che mettono in contatto paesi lontani. Dalla periferia dell'Impero, esploratori, mercanti, spedizioni militari si avventurano nei territori che ancora sfuggono al controllo di Roma: si spingono verso il Sahara, frequentano le coste indiane; ne riportano prigionieri e merci, ma anche un abbondante flusso di informazioni geografiche che, come i precedenti, prendono la strada della capitale. Ad Alessandria, uno dei centri dell'Impero, Tolomeo è in un'ottima posizione per intercettarle. Nel suo lavoro, questa documentazione moderna si intreccia con l'invidiabile raccolta di testi messa a sua disposizione dalla più grande biblioteca dell'antichità, in cui si accumula il sapere delle precedenti generazioni. Tuttavia, Tolomeo è molto critico nei confronti dei suoi predecessori, essendo convinto che la discussione sia necessaria a una scienza come la geografia, che si perfeziona continuamente a partire dal costante ammodernamento e correzione dei dati. Purtroppo, nel suo riesame delle acquisizioni precedenti, Tolomeo compì almeno un grosso errore, quando rifiutò le misure relative alle dimensioni della sfera terrestre proposte quasi quattro secoli prima da un altro scienziato e filosofo greco, Eratostene, che ne aveva determinato con invidiabile esattezza la circonferenza fissandola in 252.000 stadi, con un errore inferiore al 10% della realtà. Con una scelta gravida di conseguenze, Tolomeo accettò invece la misura di 180.000 stadi proposta da un altro geografo, Marino di Tiro. In tal modo, egli trasmise ai suoi successori (e quindi anche agli uomini del Rinascimento, convinti della sua infallibilità) l'idea di una sfera terrestre considerevolmente più ridotta di quanto non sia.

Stabilite le dimensioni della terra, Tolomeo cerca poi di tracciare sulla sua superficie un'immagine il più possibile fedele e coerente dell'intera ecumene: nella sua carta generale, questa ha l'aspetto di un blocco formato dai tre continenti tradizionali, Europa, Africa, Asia (vedi fig. 5). Quest'ultima è la più vasta; l'Africa, dall'aspetto massiccio e tozzo, la meno nota: non per nulla, solo 4 carte regionali le sono dedicate, contro le 12 dell'Asia. Le acque dell'Oceano limitano la massa continentale su due lati, a ovest e a nord, dove l'ultima terra raffigurata è un'isola più fantastica che reale: Tule, posta a 63° nord. Invece, a est e a sud, i margini della carta interrompono sconfinati territori, senza che venga spiegato che cosa succede oltre quel limite; anzi, la scritta «Terra incognita secundum Ptolemaeum» («Terra sconosciuta secondo Tolomeo») dichiara tutta l'impotenza dell'Alessandrino a fornire una risposta in merito. La carta è dunque incompleta: in effetti, essa rappresenta solo un quarto della superficie terrestre. La gradazione dei meridiani, dalle isole Fortunate a ovest fíno al margine orientale, copre infatti 180°; quella dei paralleli, da Tule fino alla regione di Agysimba (in Africa) e alla città di Cattigara (nell'estremità sud-orientale dell'Asia) si sviluppa per 79° complessivi, di cui solo 16° a sud dell'equatore.

Confrontato con la realtà geografica, il disegno di questo complesso di territori contiene molte inesattezze. Ad esempio, il bacino del Mediterraneo è troppo esteso: da est a ovest misura 62°, con un errore per eccesso di quasi 20°. Al suo interno, la penisola italiana è orientata in senso est-ovest, con il risultato che il mar Tirreno si trova più in basso dell'Adriatico. Anche la Scozia ha un orientamento errato, mentre l'attuale Irlanda è spostata troppo a nord, al pari del mar Nero. Nel settore orientale, gli errori sono più gravi: la parte meridionale dell'Africa si piega verso oriente in una lunga striscia di «terra incognita» che va a congiungersi al territorio asiatico, in modo che l'oceano Indiano diventa un lago chiuso; al suo interno, manca del tutto la penisola del Deccan, mentre vi campeggia un'enorme isola nella quale i posteri avrebbero riconosciuto Ceylon: è la favolosa Taprobana, ricca d'oro e pietre preziose, a cui Tolomeo dedica l'ultima delle sue carte.

Paradossalmente, è proprio in virtù dei suoi limiti ed inesattezze che l'immagine tolemaica del mondo ha avuto diretta influenza sulla stagione delle scoperte geografiche. Se consideriamo con attenzione l'estensione in longitudine della massa continentale tolemaica, constatiamo che il continente eurasiatico occupa, da ovest a est, tutti i 180° della carta. è un errore di valutazione notevole, dato che nella realtà lo stesso territorio si estende per soli 130°. E non basta, poiché questo stiramento longitudinale dell'Eurasia viene operato su di una sfera terrestre che per Tolomeo, come si è detto poco fa, è assai più piccola che nella realtà: la somma di questi due errori comporta una considerevole riduzione dello spazio marittimo compreso tra le coste occidentali della Spagna e quelle orientali dell'Asia. Ora, è proprio per questo motivo che Colombo riteneva di potere, secondo la sua espressione, «buscar el levante por el poniente», ossia giungere in Asia attraversando un oceano Atlantico ritenuto non troppo esteso. I «fortunati errori» di Tolomeo, come qualche storico li ha definiti, portarono invece Colombo all'approdo americano, e a dare così inizio a un nuovo, fondamentale capitolo della storia umana.




Il superamento di Tolomeo


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'esperienza diretta del mondo acquisita per mezzo dei viaggi oceanici fece ben presto toccare con mano ai marinai, e subito dopo agli studiosi di geografia che ne leggevano lettere e resoconti, quanto numerosi fossero errori e lacune del testo tolemaico. Il caso più macroscopico riguardava la configurazione generale del mondo: in luogo del modello di Tolomeo (adottato prima di lui da altri geografi classici), che mostrava l'ecumene separata dalle acque, come un'isola in mezzo al mare, le relazioni dei viaggiatori presentavano una mescolanza confusa e disordinata di acque e terre che sarebbe poi stata battezzata globo terracqueo. Comprensibilmente, l'atteggiamento osservato dagli studiosi nei confronti di Tolomeo si modificò. Se nei primi decenni del secolo XV questi era ritenuto depositario di un'impareggiabile conoscenza del mondo, un secolo più tardi, nel pieno dell'espansione europea, il suo valore di testo utile a comprendere la realtà contemporanea iniziò progressivamente a esser messo in discussione.

Un momento cruciale in questa evoluzione è attestato dalla grande carta stampata nel 1507 da Martin Waldseemüller, geografo attivo a Saint-Dié, alle dipendenze del duca di Lorena, Renato II. In essa, le nuove terre ritrovate ad Occidente vengono chiamate per la prima volta con il nome «America», da quello del fiorentino Amerigo Vespucci, che tra 1499 e 1502 ne aveva esplorato, per lunghi tratti, le coste meridionali. Sul margine superiore della stessa carta il Waldseemüller disegna poi, fianco a fianco, due personaggi: quello di sinistra è un vecchio barbuto, che sostiene un mappamondo su cui figurano i tre continenti della tradizione. Quello di destra, dall'aspetto più giovanile, mostra anch'egli un mappamondo, su cui però fanno bella mostra di sé le terre americane. La metafora è trasparente: il vecchio maestro, Tolomeo, è ormai affiancato sullo stesso piano e con pari dignità dal Vespucci, simbolo delle scoperte di un'età anch'essa nuova, che sta affrancandosi dalla tutela dell'antichità. Ma la carica simbolica convogliata dalla carta non si esaurisce qui. Battezzando l'America con il nome di un uomo in carne e ossa, e per di più contemporaneo, il geografo lorenese interrompeva l'uso antico di attribuire alle parti del mondo denominazioni mitologiche, com'era stato nel caso dell'Europa, dell'Asia, dell'Africa. Anche così, egli intendeva esaltare l'importanza e l'autonomia della propria epoca: a una cultura dominata dalla venerazione per l'antica saggezza, Waldseemüller rammentava che i moderni avevano realizzato imprese del tutto degne della stessa antichità.

Col passar del tempo, atteggiamento di questo genere avrebbero messo radici sempre più profonde, fino a tradursi nella notissima controversia degli antichi e dei moderni che tanto appassionò e fece litigare gli intellettuali del Seicento. Ma è significativo che il terreno iniziale dello scontro fosse, come si è visto, quello geografico; e che proprio il maggior geografo dell'antichità dovesse fare le spese dell'orgoglio dei moderni. È appunto sulle pagine della Geografia che possiamo seguire il progressivo appannamento dell'autorità di Tolomeo. Nel darla alle stampe, gli editori si sentono presto in dovere di aggiungere alle tradizionali 27 carte «antique» un numero variabile di carte moderne, per correggere profili e contenuti, oppure per integrare intere parti del mondo ignorate dall'Alessandrino. Tale uso viene inaugurato, ancora nel Quattrocento, dal famoso autore di codici tolemaici, nonché cartografo, Niccolò Germano, con 5 carte moderne (Spagna, Gallia, Italia, Paesi del Nord, Terrasanta), che figureranno nell'edizione tedesca della Geografia stampata a Ulm nel 1482. Vent'anni dopo, nell'edizione strasburghese del 1513, le carte moderne sono diventate 20. Nell'edizione «in volgare italiano» uscita a Venezia nel 1548, il corredo cartografico è affidato al maggior esperto italiano del secolo XVI, il piemontese Giacomo Gastaldi: le sue 34 carte moderne superano il numero di quelle antiche. Il crepuscolo di Tolomeo si accentua con l'edizione della Geografia approntata nel 1578 dal grande cartografo fiammingo Gerard Kremer, meglio noto come Mercatore, la cui scelta è radicale: l'opera viene pubblicata senza aggiunta di carte moderne, a sottolineare quanto sia ormai inutile correggere Tolomeo: questi è da considerare un maestro del passato, che non può più aiutarci a comprendere la realtà geografica del presente; chi vorrà studiare quest'ultima, dovrà rivolgersi a strumenti diversi dalla Geografia.

I moderni si sono dunque liberati dall'autorità di Tolomeo: eppure, il loro sguardo non è del tutto privo di dubbi circa il reale aspetto del mondo. Lo possiamo notare proprio attraverso i due planisferi «moderni» che ornano un'altra edizione veneziana della Geografia, realizzata a cura di Girolamo Ruscelli nel 1561, utilizzando molte delle carte disegnate dal Gastaldi tredici anni prima. Nell'uno (vedi fig. 6), Europa e America sono separate dall'Oceano; nell'altro (vedi fig. 7), l'America del Nord è collegata alla Groenlandia, che a sua volta è riunita al Nord Europa, cosicché l'Atlantico resta del tutto privo di contatti con i mari artici. Alla nostra logica, la presenza nello stesso libro di due immagini del mondo così diverse tra loro pare inaccettabile. Per gli uomini del Cinquecento, le cose stavano altrimenti. Ancora incerti circa la reale configurazione di molte delle terre emerse, e tanto più a latitudini così elevate, essi consegnavano le diverse possibilità di configurazione del mondo a carte diverse, in attesa che nuovi dati consentissero maggiori certezze. La loro cartografia presenta dunque spesso, come in questo caso, una forte componente ipotetica che solo il tempo, e l'accrescimento delle conoscenze, avrebbero cancellato.